Ferrara, una città di profilo fatta di profili

Guardavamo il campanile della chiesa di San Giorgio dalla finestra; era il soggetto attorno al quale ruotavano i nostri racconti immaginari; era il perno attorno al quale ruotava la nostra vita ferrarese. Ruotavamo, non inconsapevolmente, attorno all’origine della città. Eravamo entrambi studenti universitari fuori sede, entrambi alla ricerca di una comprensione del luogo che ci ospitava. Io ero pendolare, arrivavo e partivo ogni giorno, mi avvicinavo e mi allontanavo, vedevo e vivevo la città a distanze diverse. Lui, invece, avendo preso alloggio a Ferrara nei pressi della chiesa di San Giorgio - la prima cattedrale, l’antica S. Giorgio oltre Po – viveva nel cuore antico della città.
La finestra, dalla quale guardavamo il campanile, era la sua; attraverso quel rettangolo, ritagliato nella bianca muratura, l’angusto spazio della stanza si apriva a una miriade di altri spazi e di altre atmosfere. Nelle giornate nebbiose, da quella finestra, entravamo direttamente in una dimensione senza tempo, con lo sguardo navigavamo nella coltre di nebbia alla ricerca del nostro faro, del nostro campanile. In qualsiasi condizione era sempre possibile intravedere quel possente – e allo stesso tempo slanciato – parallelepipedo di muratura teso e conteso fra cielo e terra. Non era solo il faro dei nostri racconti immaginari; a quell’epoca si diceva – o solo si supponeva – che la torre campanaria di San Giorgio fosse in realtà un faro fluviale.

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Lui, ancor prima di conoscere il mio nome, m’interrogò sulla natura dell’inclinazione di quella costruzione. Devo confessare che, davanti a quella curiosa e insolita domanda, risultai impreparata. Il richiamo, da parte del docente, alla ripresa della lezione mi sollevò dal profondo imbarazzo in cui ero caduta. Prima di tornare al mio posto in aula gli suggerii un paio di libri nei quali, ero convinta, avrebbe potuto trovare la risposta.

Lo cercai con lo sguardo nei giorni successivi; frequentavamo, quasi, gli stessi corsi ma di lui io non conoscevo nulla, nemmeno il nome. Sedeva sempre nello stesso posto, in fondo all’aula: era una presenza silenziosa e misteriosa. Cosa pensare di lui? Certamente era arrivato a Ferrara da poco, probabilmente in seguito a un trasferimento da qualche altro Ateneo. Non aveva inflessioni dialettali tali da permettermi di capire con sicurezza la provincia italiana di provenienza. Scambiava raramente qualche parola con gli altri studenti e quando lo faceva era per chiedere indicazioni e informazioni sulla città. Aveva destato la curiosità di tutti, ma anche i più spigliati e curiosi, che si erano avventurati nel tentativo di intavolare con lui una conversazione, si erano arresi davanti alle sue risposte a monosillabi. Ormai era palese: era lui a decidere con chi parlare e quando.

La nostra amicizia prese l’avvio nel settore nord-est di Ferrara all’interno della cinta muraria. Frequentavamo entrambi un affascinante ciclo di lezioni tenuto all’interno del cinema Santo Spirito nei pressi dell’omonima chiesa.

Una sera terminata la lezione, raggiunta la fermata dell’autobus in Corso Giovecca all’altezza di Via Montebello, lo vidi sfrecciare in bicicletta davanti a me. Io ero sola, le mie compagne di corso, quelle con cui ero solita condividere il viaggio di ritorno, erano uscite prima della fine della lezione. Era venerdì e tutte non avevano resistito alla tentazione di anticipare il rientro a casa. Io non ero stata capace di abbandonare l’avvincente narrazione del professore e così ero lì, immobile lungo quel Corso, con lo sguardo rivolto alla Prospettiva: da quella direzione sarebbe arrivato il mio autobus e lì avevo collocato il punto di fuga dei miei pensieri. Ad un tratto lo vidi tornare indietro a piedi, orfano della sua ormai apparente inseparabile bicicletta. Mi chiese se poteva accompagnarmi a casa, ne avrebbe approfittato per raccontarmi ciò che aveva scoperto sul campanile di San Giorgio.

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Accettai la sua compagnia fino alla stazione. Le nostre parole, tra certezze ed ipotesi, erano articolate sullo sfondo di viale Cavour: qualche volta si arrestavamo furtivamente su un particolare di qualche architettura, per creare comparazioni con altri edifici, con altri particolari, con altre storie; altre volte correvano senza sosta, senza distrazione. Il flusso delle parole sembrava inarrestabile. Parlammo apparentemente pochissimo di noi, ma in realtà parlando della città raccontammo di noi.

Persi il treno, a dire il vero non era una novità, mi capitava spesso. In quell’occasione, però, fui rincuorata dal pensiero che per una volta, almeno, non avrei passato il tempo dell’attesa a fissare l’immobile orologio della sala d’aspetto di seconda classe della stazione, pregando che le lancette corressero avanti anzitempo. In quella ora, guadagnata e non persa, cominciammo a nutrire il nostro racconto sul campanile di San Giorgio con supposizioni, fino a far diventare la storia fantastica, che man mano andavamo componendo, più reale del vero. C’era intorno a noi l’atmosfera ideale per stendere i tratti di un racconto immaginario. Nelle giornate migliori la nebbia era un semplice velo leggero fra noi e le cose ma quella sera era calata, come un tessuto plumbeo e pesante dalla trama troppo fitta, ad avvolgere noi ed il paesaggio che ci circondava. Tutto aveva perso profondità, spessore: pochi erano i volumi che riuscivamo a percepire dal binario e quei pochi erano ridotti a puro contorno. Solo un fischio, un suono cupo e stridente, in lontananza riuscì a restituire il volume e a incarnare il treno, che stava sopraggiungendo. Lasciai la stazione con la sensazione di aver posto il primo mattone di una bella amicizia.

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Da allora tante e tante furono le storie che costruimmo prendendo spunto dalla realtà. La città ben si prestava ad essere teatro di infiniti racconti. Tutto ciò che ci circondava divenne ispiratore e complice, al medesimo tempo, della nostra creatività.

Acquistammo due quaderni uguali e cominciammo ad annotare lì sopra le possibili suggestioni e impressioni, che la città ci offriva. Il mio quaderno era pieno di parole. Cercavo notizie e spunti per nuove storie nei vecchi libri e soprattutto nelle carte d’archivio. Ero convinta che nella storia avrei potuto trovare la base e le trame sulle quali articolare racconti credibili ed allo stesso tempo impensabili.

Il suo quaderno era pieno di disegni in cui le architetture erano state ridotte a puri ed essenziali profili, disegnate come se fossero le quinte di un palcoscenico. In quell’ipotetico e sognante teatro, ricostruito sulla scorta delle nostre suggestioni ed impressioni, portavamo in scena la città con la sua vita e con essa la nostra vita. Era spesso una città di profilo, fatta di profili.

Settimana dopo settimana entravano nuovi luoghi e nuovi soggetti nelle nostre storie ferraresi.

Un giorno mi disse che per dare nuova linfa ai nostri racconti fantastici, per renderli più credibili, era necessario misurare Ferrara, capirne le reali dimensioni. In un primo momento pensai – lo ammetto – che si stesse riferendo all’estensione territoriale del comune ma quando lo vidi in sella alla sua bicicletta scorazzare per la città con il nostro taccuino, capii che mi stavo sbagliando.

Chiedeva il perché dei luoghi alle persone, che incontrava lungo la strada. Andava di volta in volta scoprendo dimensioni dentro ad altre dimensioni, architetture dentro ad altre architetture, particolari dentro ad altri particolari, spiriti dentro ad altri spiriti. Si delineavano ai nostri occhi suggestioni e rimandi infiniti.

Qualche volta la risposta delle persone era colorita con espressioni dialettali che lui ovviamente non capiva ma che annotava scrupolosamente. Aveva trovato in un anziano vicino di casa la persona a cui chiedere le “traduzioni”. Si trattava di un maestro di scuola elementare in pensione. Egli viveva solo ed accolse con entusiasmo l’idea di poter parlare con noi, di poterci raccontare della sua Ferrara. Lamentava di avere poche occasioni di dialogo e poche possibilità di uscire di casa.

Il suo appartamento era privo di immagini, non c’erano fotografie esposte e nemmeno quadri alle pareti. L’arredamento essenziale definiva uno spazio volutamente introverso. Egli aveva racchiuso il mondo delle immagini in ordinati raccoglitori che apriva di rado. Chiamava quelle immagini le scomode presenze ma non era capace di rinunciare mai a loro del tutto. Cominciò, timidamente, a farne riemergere qualcuna da quei vecchissimi album: antiche fotografie e cartoline entrarono così a far parte dei suoi racconti con l’intento di mostrarci lati sconosciuti di Ferrara e i volti delle persone delle quali ci narrava le gesta.

Quell’uomo e le sue immagini erano i testimoni di grandi e piccole trasformazioni del tessuto urbano e sociale della città. Egli parlava, spesso, di Ferrara come di un organismo vivente e si soffermava a descrivere le ferite che le erano state inferte e le successive cure adottate. Amava la sua città a tal punto che mai avrebbe potuto abbandonarla. Affermava che le sue radici sprofondavano nella campagna ferrarese e che mai sarebbe potuto sopravvivere altrove. Aveva fotografato tanto la città, soprattutto in gioventù. Egli conservava, oltre a quelle immagini apparentemente silenziose di Ferrara, i ricordi di altri uomini, che fingeva suoi e così facendo non si sentiva mai solo del tutto ma vivo in una città immobile nel suo ricordo.

Nei suoi vecchi album c’erano, inoltre, le fotografie dei suoi studenti, immortalati nella classica immagine ricordo d’ogni anno scolastico. Si ricordava di ognuno di loro. Alcuni avevano proseguito gli studi fino all’università ed altri si erano fermati alla licenza elementare. Aveva insegnato per diversi anni nei piccoli paesi lungo la strada di Bologna. Ci raccontò delle piccole scuole, delle grandi difficoltà e delle molte soddisfazioni legate alla sua attività di insegnante. Paesi della campagna ferrarese vennero, così, delineandosi nella nostra mente. Spesso, incuriositi dai racconti di quell’anziano maestro, ci spingemmo al di fuori delle mura alla ricerca dei luoghi e delle persone che attraverso di lui avevamo conosciuto. Lo invitammo, diverse volte, a venire con noi, ma lui ogni volta rifiutava. Non voleva scoprire i cambiamenti, misurare e quantificare le differenze fra ciò che era nel suo ricordo e ciò che era diventato.

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Fino alla morte del fratello, avvenuta due anni prima, aveva condiviso con lui le stanze di quel modesto appartamento. Erano soli entrambi, non si erano mai sposati, erano stati sempre insieme, solo la guerra li aveva divisi. Lui era rimasto al nord mentre il fratello, ingegnere, era stato richiamato al sud. Nel silenzio imposto dal conflitto si parlarono attraverso le immagini, tramite le cartoline che con gran difficoltà riuscirono a spedirsi. Un giorno il maestro ce ne mostrò qualcuna facendo ricadere la nostra attenzione sui timbri, che riportavano l’identificativo del reggimento di appartenenza seguito dalla scritta “verificato per censura”. Le parole erano censurate ma le immagini no, così il testo delle cartoline fra i due fratelli fu ridotto all’essenziale. Il messaggio, quasi in codice, veniva comunicato attraverso la raffigurazione. In alcuni casi i soggetti venivano scelti per mostrare i luoghi degli ultimi bombardamenti e per comunicare all’altro di essere sopravvissuto. Questo chilometrico filo di cartoline legò i due fratelli per tutto il tempo del conflitto.

Un giorno il maestro ci chiese di acquistare delle cartoline, ci indicò con precisione i soggetti. Pensammo che, forse, voleva rispondere a qualche amico o a qualche suo ex studente, visto che aveva dichiarato di non avere più dei parenti prossimi. Solo qualche mese dopo ci confessò che da quando era morto il fratello aveva cominciato a riempire un nuovo album. Se le cartoline l’avevano tenuto legato a lui in un periodo in cui tutto sembrava perduto, anche ora potevano farlo. Scriveva nel silenzio della sua stanza al fratello che non c’era più; sommava ricordi ad altri ricordi, emozioni ad altre emozioni ma questo era l’unico modo che aveva trovato per sopravvivere alla solitudine a cui la vita l’aveva condannato.

Il maestro ci aspettava la sera per sapere che cosa avevamo scoperto di nuovo su Ferrara e dintorni durante la giornata, ci ascoltava con curiosità ed era sempre capace di regalarci qualche aneddoto in più. Spesso ci invitava a riflettere sui particolari. Era come un abile regista, pronto a rivedere e a perfezionare la sceneggiatura dell’opera per meglio calarla nell’ambientazione, nella città. In quei giorni era lui a dirigere i nostri viaggi alla scoperta delle suggestioni.

Noi non avevamo che ricordi ferraresi recentissimi, troppo recenti per divenire racconto. Così ci fermavamo ad osservare gli altri.

Un giorno attirarono la nostra attenzione un uomo ed una donna. Stavano attraversando insieme il cuore verde del parco pubblico. Lui era avanti qualche passo, con quell’aria di chi è finalmente libero, di chi finalmente ha tolto la maschera e smesso gli abiti di scena; sorrideva, si guardava attorno con occhi nuovi, come se vedesse tutto per la prima volta. Lei era qualche passo indietro, sembrava preoccupata e prigioniera; si guardava attorno come se tutto appartenesse al già visto.

Lui non si voltava mai indietro per vedere se lei c’era ancora, come se per lui la presenza di quella donna fosse scontata. Lei non tentava di raggiungerlo, manteneva invariata quella distanza che lui imponeva e lo osservava senza essere vista e pensava. Con buona probabilità lei pensava a lui mentre lui, con altrettanta buona probabilità, pensava a ciò che avrebbe fatto l’indomani senza di lei.

Per settimane al tramonto abbiamo assistito alla medesima scena con solo poche varianti; i due, dopo essere usciti da un austero palazzo quattrocentesco, raggiungevano l’automobile. Lei si poneva alla guida e lui, seduto al suo fianco con gli occhi fissi verso la strada, rimaneva muto. Il silenzio costruito fra i due era interrotto solo dal rumore del motore. Non li abbiamo mai visti parlare fra loro ed era proprio questo silenzio, non casuale ma voluto, che attirò la nostra attenzione. Quale significato attribuire a quel silenzio?

Dal palazzo all’automobile il loro cammino era immerso in un mondo a loro apparentemente estraneo, fatto di rumori, di suoni, di voci di una città viva e vitale; ai nostri occhi nulla in quel contesto rumoroso era più vistoso, dissonante ed assordante del loro silenzio.

Non li perdevamo mai di vista, li accompagnavamo con lo sguardo fino a che la loro autovettura, in corsa lungo la strada, sfumava, pian piano, in una macchia di colore cangiante alla luce del tramonto. Chi erano quell’uomo e quella donna?

Fantasticammo a lungo su quell’insolita coppia. Le nostre supposizioni sarebbero rimaste tali se un giorno non avessimo incontrato lui, lui solo, nella Sala dei Mesi di Palazzo Schifanoia.

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Era inverno, ricordo ancora tutto benissimo. Fuori era molto freddo e fu piacevole essere accolti, all’interno del palazzo, dal tepore offerto dal riscaldamento acceso. Entrammo nella prima sala ed osservammo una città muta, di un solo colore e di un sol materiale emergere dalle tarsie dei dorsali del coro della scomparsa chiesa di Sant’Andrea. Seguimmo il percorso obbligato della visita; le voci degli altri visitatori si perdevano indistinte nei grandi volumi delle stanze, che stavamo attraversando. Gli altri erano venuti in quel palazzo per schivare la noia?

Le pareti delle sale del piano terra mostravano una decorazione frammentaria; pochi erano i brandelli sopravvissuti della pelle affrescata di un tempo. Le decorazioni, che erano state coperte nel passato da strati di calce e così occultate fino a perdersi nella memoria, ora dopo il restauro riguadagnavano timidamente e parzialmente la superficie perduta.

Salimmo lo scalone fino a raggiungere il primo piano e ad entrare nella Sala dei Mesi. I nostri passi, incerti su quel pavimento dalla superficie irregolare, fecero risuonare il salone, quasi come se fosse una cassa armonica. Notammo, subito, oltre alla presenza del custode, quella di un uomo, alto e corpulento, che era fermo davanti alla parete est. All’inizio non ci facemmo troppo caso, capitava spesso di incontrare altri visitatori. Era divertente immaginare quale sarebbe stato il loro percorso all’interno della sala: c’era chi compiva un unico giro, in una lettura tutta d’un fiato; chi disegnava sul pavimento linee immaginarie spezzate, andando avanti e poi ritornando indietro, spostandosi in diagonale o in orizzontale, interrompendo e riprendendo a fasi alterne la lettura e la visione degli affreschi. I visitatori occasionali erano rapiti dall’insieme, da quel ciclo pittorico nato per stupire ed affascinare, e sembravano incapaci di scegliere fra una lettura orizzontale ed una verticale. Il loro sguardo andava da una parte all’altra, senza la forza di fermarsi, per paura di perdere un particolare ma in questo modo perdendoli tutti. Chi si soffermava, a lungo, su qualche elemento e soprattutto sulla figura del “vir niger”, il primo decano dell’ariete, era per noi un ricercatore di significati, ma non per questo doveva essere per forza uno studioso o un critico di storia dell’arte.

I nostri pensieri si disperdevano in quella sala in mille lontananze. Noi, figli del tempo delle stanze bianco vestite, eravamo inebriati dal colore, che come materia creativa era stato, ad un sol tempo, steso sulla parete e su di essa ricondotto a forma. Il tessuto di quel mondo fantastico e raffinato, ordito sulla trama di un disegno unitario, si mostrava così volutamente eterogeneo, così incline ad offrire milioni di particolari e a comunicare con noi attraverso messaggi palesi ed occulti. Eravamo coscienti di trovarci davanti a parole in forma di immagini: alcune erano vestite di significati ed altre erano spoglie denudate di senso.

Ci eravamo fermati ad osservare, con più attenzione del solito, la parete nord, nella quale si apriva in origine l’ingresso alla Sala. Studiavamo i mesi di settembre ed agosto mentre lui, il misterioso visitatore, sembrava incapace di abbandonare il mese di marzo. Cominciammo ad avvicinarci a lui e quando si accorse di noi, della nostra presenza alle sue spalle, ci sorrise, abbandonò la parete est e seguendo un percorso antiorario si spostò a nord. Solo, quando c’incontrammo nuovamente all’uscita dal palazzo riconoscemmo in lui l’uomo della misteriosa coppia, che al tramonto fuoriusciva, in rigoroso silenzio, dall’austero palazzo quattrocentesco. Chi era?

Per la prima volta avevamo avuto modo di osservarlo da vicino e così scoprimmo di non averlo mai visto realmente. Questa consapevolezza non ci stupì, era chiaro ad entrambi che quello che ci aveva incuriosito non era la singola persona ma la coppia, il legame ignoto, il rapporto, la relazione fra quell’uomo e quella donna.

Tornammo a Palazzo Schifanoia con l’augurio di incontrarlo nuovamente ma la nostra speranza venne di volta in volta disattesa, fino ad una sera della primavera seguente. Lo trovammo al nostro arrivo di nuovo davanti alla parete est. Notai sul pavimento la presenza di un foglietto e al suo passaggio da est a nord e al nostro da sud ad est, lo raccolsi. Non poteva che appartenere a lui, non c’erano altri visitatori. Lo raggiungemmo a nord per chiedergli se quel foglio era, per caso, suo; lo riconobbe subito e ci ringraziò in un impacciato e buffo italiano, molto più prossimo al latino che all’italiano. Sembrava una persona affabile e cortese al di là dell’immagine austera, simile per molti versi a quella del palazzo da cui usciva la sera. Rimanemmo stupiti, visto che non avevamo immaginato che lui potesse essere uno straniero; dall’accento era inglese.

Ci chiese che cosa pensavamo, indicandocela, della rappresentazione del mese di marzo. Raccontammo quello che sapevamo, quello che la passione verso Aby Warburg ci aveva portato a conoscere.

L’inglese, sorridendo, chiarì subito che noi cercavamo aspetti e significati diversi in quella rappresentazione. Lui confessò di essere alla ricerca del silenzio nella Sala dei Mesi. Certo era singolare sapere che qualcuno cercava il silenzio in un luogo come quello, che tutti cercavano disperatamente di far parlare.

Con il dito c’indicò nella fascia inferiore dello scomparto, dove è rappresentato il duca Borso d’Este impegnato ad amministrare la giustizia, una donna proprio sull’estrema destra della rappresentazione, proprio sotto l’architrave recante la scritta “iusticia”. Di lei si vedevano solo gli occhi, il resto del volto e del suo corpo erano coperti da un altro personaggio in primo piano. Quella donna era una figura muta, ma nonostante ciò era l’unica che guardando verso l’osservatore, cercava con lui un dialogo segreto, intessuto di silenzi. Quei bellissimi occhi si esprimevano con un linguaggio disincarnato, fatto di solo spirito, udibile solo nell’intimo del proprio io.

L’attenzione di tutti e tre si concentrò su gli occhi di quella donna, come se attraverso di essi fosse possibile accedere al tempo e allo spazio interiori. Un rumore assordante ci distolse, riportandoci alla realtà. Un lampo si palesò dietro la tenda della finestra, gettando nella Sala una strana e sinistra atmosfera. Le tende apposte alle sette finestre proibivano visivamente allo spazio reale di entrare nello spazio immaginario disegnato sulle pareti. Ogni nostro tentativo di evasione verso la realtà era negato; allo sguardo ed al pensiero non restava che rimanere confinati in quella Sala piena di rimandi, in quel labirinto di significati, di voci e di silenzi secolari.

Il temporale imprevisto ci invitò ad anticipare il rientro a casa. Era, comunque, imminente la chiusura del Museo. All’uscita dal palazzo ad attendere l’inglese c’era lei, la misteriosa donna, con cui lo vedevamo spesso al tramonto. Si sorrisero, lei lo accolse sotto il grande ombrello multicolore ed insieme si allontanarono. Non li vedemmo mai più.

Scoprimmo in seguito, che quell’uomo era un professore inglese, che aveva dedicato gran parte dei suoi studi a dipanare e a risolvere gli enigmi ed i misteri interpretativi legati a cicli di affreschi. Dalle poche frasi scambiate con lui avevamo compreso uno dei suoi segreti: egli viveva di parole ma si nutriva di silenzi. Non riuscimmo a scoprire nulla sull’identità della donna e quindi rimase oscura la natura del legame fra i due. In un mondo che qualche volta sembra fatto per non incontrarsi, la nostra storia aveva incrociato quella di quell’uomo e di quella donna, introducendo nelle nostre storie fatte di parole ed immagini il silenzio.

Giravamo per la città in lungo ed in largo ma tornavamo sempre al nostro centro, al nostro campanile, al nostro faro. Un giorno capii che c’era qualche cosa che non andava, che avrei perso presto il mio compagno di viaggio. Piccoli segnali, piccole insofferenze rendevano ciò che prima era facile difficile.

Un giorno la sua crisi divenne manifesta. Durante una delle nostre gite, alla scoperta della campagna ferrarese, lui espresse il desiderio di trovare torri e campanili accessibili, voleva salire in alto ed io non capivo il perché. Trovammo, nella campagna, qualche vecchia ed assonnata torre colombaia, qualche piccolo e timido campanile ma nessuna di queste costruzioni era alta abbastanza. Quell’insolita ricerca si concluse alla fine dell’estate con l’ascesa al campanile più alto.

Capii solo alla fine del viaggio, alla sommità del campanile, il senso e la meta della ricerca.

Abbandonammo la luce del sole per entrare all’interno del campanile e lì vi trovammo custodito il buio. Il tempo sembrava altrove. Il sagrestano accese una luce talmente fioca che per qualche istante i nostri occhi furono incapaci di vedere la scala, che davanti a noi, si offriva ad una ripida ed insidiosa salita. Salimmo in assoluto silenzio, eravamo prigionieri dei nostri pensieri. Nell’oscurità uno spiffero d’aria luminoso ci indicò l’arrivo. Eravamo giunti in cima; saliti così in alto che usciti sulla sommità fummo accolti ed avvolti dalla luce estiva, in un torrido abbraccio che ci tolse quasi il respiro. Lui si fermò, impietrito; i suoi occhi erano fissi sul panorama. Ad un tratto si voltò verso di me sorridendo, aveva trovato quello che cercava. Mi avvicinai a lui e con lo sguardo abbracciai l’intero panorama e finalmente capii. Lui aveva trovato dei confini, dei limiti alla corsa senza fine della pianura. Quel paesaggio, non più monotono ma apparentemente articolato, gli era quasi familiare. Io ero figlia della pianura, avevo casa in quell’orizzonte senza limiti, senza punti di fuga, in quello spazio in cui lui si sentiva smarrito.

Un giorno bussai alla porta del suo appartamento ed attesi, invano. Non avevo più sue notizie da diversi giorni e non avevo nessun recapito telefonico, non ce n’era mai stato bisogno, fino ad allora. Solo alcuni giorni dopo venni a sapere dal suo coinquilino, che se ne era andato via per sempre. Mi aveva lasciato una lettera sul tavolo nella stanza, che guardava il campanile. Nel prendere la busta guardai per l’ultima volta, attraverso la finestra, il nostro faro, che da quel giorno in poi sarebbe stato solo mio. Con la busta fra le mani andai a sedermi nei pressi della chiesa, dove solitamente ci fermavamo a chiacchierare prima di dividerci la sera, lui diretto verso casa ed io verso la stazione ferroviaria. Fissavo la busta incapace di aprirla; ero sicura che la lettera che conteneva non avrebbe risposto alle mie domande. La busta chiusa era muta, ma a me già parlava. Per noi la carta non era mai stata solo un supporto, era materia con la quale si fondeva il colore. Per questo ne sceglievamo attentamente la tessitura, la grammatura, il colore. Con la scelta di quella carta mi aveva già detto tutto. La aprii e come avevo immaginato, non vi trovai sue parole. Lui parole non ne aveva trovate. Aveva preso a prestito parole altrui, quelle di uno dei miei autori preferiti, Rainer Maria Rilke:

«Voi siete così giovane, così al di qua d’ogni inizio, e io vi vorrei pregare quanto posso ... di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentare di aver care le domandestesse come stanze serrate e libri scritti in un lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse v’insinuate così a poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta». [1]

Da quell’addio, che lui non volle mai chiamare addio, sono passati tanti anni e moltissime cose sono successe.

Il mio amico è diventato un abile grafico; in alcune sue opere le città sono ridotte a puro profilo. Alcuni disegni di oggi sembrano essere nati tanti anni fa a Ferrara, quando per gioco lui cominciò a riempire di immagini il suo taccuino ferrarese.

Io possiedo ancora il mio quaderno delle suggestioni ferraresi; ha la copertina sciupata dal troppo uso. Le pagine sommerse da una grafia nervosa, traditrice a tratti di vecchi equilibri, restituiscono date, nomi, descrizioni in un ordine apparentemente confuso ad occhi estranei. Sono pagine capaci, ancora a distanza di tempo, di evocare ricordi e sono lì pronte ad offrire spunti per nuove storie, che chissà forse un giorno scriverò.

Confesso di non aver, ancora, trovato tutte le risposte alle domande di allora. Ho cercato, però, di imparare a vivere le domande. Ho tentato di comprendere il valore del silenzio e l’impossibilità di afferrare e poi comunicare ogni significato.

Ferrara, come un corpo di opere comuni e di opere d’arte, di quotidiano manifesto e di arcane presenze, ha una storia costellata di eventi narrati, di eventi narrabili e di eventi compiuti in uno spazio che non è mai stato attraversato dalla parola ed, è quindi, inesprimibile.

In questo sapiente intreccio vivono i mille volti di una città che ho odiato ed amato, di una città che è capace, come poche altre, di comunicare attraverso l’immagine, la parola e il silenzio eloquente.

Ramona Loffredo




[1] R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, traduzione italiana di Leone Traverso, Adelphi, Milano 2003, p. 30.